Articoli La bellezza d.vita buona d. Vangelo

cool hit counter

Notice
  • UE - Direttiva e-Privacy

    Questo sito utilizza cookies per gestire le autenticazioni, la navigazione, e per altre funzioni con fini statistici. Utilizzando il nostro sito accetti il fatto che possiamo caricare questo tipo di cookies nel tuo dispositivo. In mancanza di accettazione alcune funzioni potrebbero non funzionare correttamente.

Angolo del Parroco

Login

Registrati.

La bellezza d.vita buona d. Vangelo PDF Stampa E-mail
Angolo del Parroco
Scritto da don Antonio Gisonno   
Questo articolo è stato letto: 1369 volte

Dal Documento della CEI  “Educare alla vita buona del Vangelo”

LA  BELLEZZA  DELLA  VITA  BUONA

PROPOSTA  DAL  VANGELO

Educare in un mondo che cambia

Valutiamo positivamente tutta la potente forza che offre ai giovani, e non solo, l’esperienza nuova di una grande libertà, che potrebbe anche essere vista come un peso, solo perché è faticoso educarla, ma è un peso che ringraziamo Dio di darci, perché è la promessa di uomini nuovi di cui lo supplichiamo sempre di farci dono.

L’urgenza educativa non è dovuta soprattutto alla barbarie dei tempi, ma è la domanda impellente, che viene dalla grande sofferenza che oggi gli uomini, e i giovani soprattutto, provano di fronte alla ampia libertà in cui devono scrivere la propria esistenza e alla necessità di tenere assieme vita, affetti, relazioni, quotidianità, interiorità, domande di senso. Bara al gioco chi dice che sei libero di fare tutto quello che vuoi, che sei libero di prendere tutte le decisioni che ti piacciono di più; non hai limiti, il mondo è tuo, divertiti, prova tutte le soddisfazioni che vuoi… Tutto questo è una botta di energia che provoca un malessere non solo economico o di incertezza per il futuro, ma profondamente esistenziale.

Ci lanciamo tutti a inseguire sogni ingannevoli di libertà e ne raccogliamo enormi sofferenze. ”Il modello della spontaneità finisce con l’assolutizzare emozioni e pulsioni: tutto ciò che “piace” ed è possibile diventa automaticamente buono. L’educazione, in questi casi, rinuncia a ogni forma di trasmissione di valori e di esercizio di apprendimento delle virtù e ogni proposta direttiva viene considerata autoritaria.” (cfr Educare alla vita buona del vangelo, 13)

 

Educazione è intercettare la tensione di non essere capaci da soli di costruirsi il senso, perché il senso ha a che fare con i sensi, con la forza quasi invincibile del momento, con l’impatto sensoriale che alla fine naufraga solo verso il consenso.

Gli esiti sono due:

1. La disgregazione, la frammentazione, la continua decostruzione di una unità di vita, l’ossessione di essere liberi di fare quello che si vuole solo per se stessi, il regime delle equivalenze, il regno delle opinioni, dove è vero  tutto e il contrario di tutto che porta a consumarsi dentro, ad abban-donarsi alla corrente e perdere ogni direzione

2. E dall’altra parte la scelta di  sfuggire, crearsi certezze per evitare di confrontarsi, rifugiarsi in nicchie di estraniamento, in sacrestie ammuffite che si sopportano solo per fragilità di pensiero e comodità di strumentalizzazioni, in false  autosufficienze, in continui rimandi senza mai decidere niente, in bande di contrapposizione comode o violente o assolutamente fuori dalla realtà.

Le comunità cristiane, gli oratori, le associazioni sono, devono essere un laboratorio in cui si cerca il punto di equilibrio per uscire da queste due derive.

 

Gesù, il Maestro: la prospettiva di un umanesimo integrale e trascendente

Una prospettiva unificante gli orientamenti pastorali può essere individuata nella formula «umanesimo integrale e trascendente» (cfr n. 5), cioè ‘guardare al Progetto Uomo che Gesù’.  Letto in questa prospettiva il testo fa emergere via via il contenuto di una formula che diventa criterio per discernere la situazione, per cogliere il senso del riferimento a Cristo come maestro, per ricostruire l’articolazione del compito educativo e per elaborare le esigenze dell’impegno di un vero cristiano e di una comunità ecclesiale.

L’esperienza umana si comprende e si regge solo se l’essere umano non si chiude a un orizzonte infinito e a un fondamento ultimo.

Contrariamente a larga parte del pensiero, che ha preteso in vari modi di asserire che solo espellendo Dio l’uomo può affermare se stesso, proprio l’affermazione di Dio si ripropone come la condizione per la vera affermazione e la realizzazione dell’uomo, della sua autonomia e della sua libertà, in sintesi, della sua dignità. Oggi c’è bisogno di credenti che sappiano compiere questa lettura della situazione per un autentico discernimento cristiano ed ecclesiale.

Il nostro guardare a Cristo e il nostro renderci disponibili e docili allo Spirito nella Chiesa, sta al cuore della nostra intera esperienza umana e dell’esercizio di ogni tipo di responsabilità cristiana e di ogni azione educativa. Non c’è per noi un modo diverso di guardare alla persona umana fuori del modello che per noi rappresenta Cristo e della luce con cui la sua presenza permette di comprenderla. Per questo la tradizione cristiana non ha mai cessato di difendere la genuina umanità di Cristo, per salvaguardare non solo la realtà dell’incarnazione del Verbo, ma non meno la vera umanità dell’uomo. Gesù Cristo non viene dunque a coronare una umanità già completa per se stessa, ma a mostrare il modello e la radice del suo essere e della sua realizzazione.

Noi credenti siamo chiamati a diventare sempre più convinti conoscitori,sostenitori e propugnatori dell’umanesimo integrale e trascendente che trova in Cristo l’origine e il compimento delle attese e delle aspirazioni dell’uomo. Mettere al centro Gesù Cristo significa iniziare dalla pedagogia di Dio lungo tutta la storia della salvezza (cfr. n 19), continuare con la vita della chiesa, dove si esprime la forza della presenza di Cristo nella luce dello Spirito Santo e evidenziare le dimensioni dell’azione educativa, che sono missionaria, ecumenica e dialogica, caritativa e sociale, escatologica (cfr 24).

 

Educarsi e educare, cammino di relazione e di fiducia

Tre sono gli elementi che definiscono la relazione educativa:

la necessità dell’incontro e della relazione,

+ il ruolo esemplare dell’educatore, testimone e capace di dedizione appassionata,

+ la corrispondenza e l’adesione dell’educando.

Pongo l’accento sul n. 25 che definisce, facendosi guidare dal vangelo di Giovanni, il tipo di relazioni che l’educazione presuppone:

Che cosa cercate?” (Gv 1,38): suscitare e riconoscere un desiderio.

La domanda di Gesù è una provocazione, una prima chiamata che incoraggia a interrogarsi sul significato autentico della propria ricerca. In una vita distrutta spesso da esperienze negative deve poter rinascere il desiderio della purezza, della bontà, della pulizia interiore, del comportamento carico di dignità umana.Ogni uomo, ogni giovane deve poter aprirsi al bene, distaccarsi dalla mediocrità.

«Venite e vedrete!» (Gv 1,38): il coraggio della proposta.

Per stabilire un rapporto educativo  occorre un incontro che susciti una relazione personale propositiva: non si tratta di trasmettere nozioni astratte, ma di offrire un’esperienza da condividere. Non si deve mai fare uno sconto per nessuno circa la meta alta della vita buona secondo il Vangelo. Non è assolutamente un educatore colui che riduce gli ideali e si permette di giudicare le persone. E’ obbligato sempre a proporre mete alte.

«Si fermarono presso di lui» (Gv 1,39): accettare la sfida.

Accettando l’invito di Gesù i discepoli si mettono in gioco decidendo d’investire nella sua proposta tutto se stessi. Mettersi in gioco ogni giorno, in ogni circostanza, dentro dopo ogni fallimento è esperienza tipica anche degli stessi apostoli. A Dio i fallimenti non fanno paura, sono un gradino per ricominciare.

«Signore da chi andremo?» (Gv 6,68): perseverare nell’impresa.

La tentazione dell’abbandono è sempre all’orizzonte. Occorre decidersi positivamente, la relazione con Gesù non può continuare per inerzia. La perseveranza è frutto di tirocinio severo di controllo su di sé, di contem-plazione della bellezza della meta. Incoraggiare e ricominciare è uno sport difficile soprattutto con i giovani.

«Signore, tu lavi i piedi a me?» (Gv 13,6): accettare di essere amato. Pietro fa fatica ad accettare di essere in debito nei confronti di un altro: è difficile lasciarsi amare, credere in un Dio che si propone non come il padrone ma come il servitore della vita. Lasciarsi amare è spesso più difficile che amare, perché significa che ci abbandoniamo a una corrente d’amore che non meritiamo e riconosciamo il nostro peccato.

«Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 13,34): vivere la relazione nell’amore.

Il rapporto tra maestro e discepolo non ha niente a che vedere con la dipendenza servile: si esprime nella libertà dell’amore. Aprirsi alla relazione è lasciarsi mettere ogni giorno in discussione non da teorie astratte, ma da una novità quotidiana che è l’altro da me.

 

il ruolo esemplare dell’educatore, testimone e capace di dedizione appassionata

Il n. 29 sviluppa alcuni tratti della figura dell’educatore che vanno concretizzati entro gli spazi e progetti educativi. Si dice infatti: “L’educatore è un testimone della verità, della bellezza e del bene, cosciente che la propria umanità è insieme ricchezza e limite. Questa consapevolezza lo rende umile e in continua ricerca.   Educa chi è capace di rendere ragione della speranza che lo anima ed è sospinto dal desiderio di comunicarla. La passione educativa è una vocazione, che si manifesta come un’arte sapienziale acquisita nel tempo attraverso un’esperienza accompagnata e maturata alla scuola di altri maestri. Nessun testo e nessuna teoria, per quanto illuminanti, potranno sostituire questo apprendistato sul campo”

Qui si tratta di una speranza di umanità ricostituita, di una concezione di uomo che ogni educatore deve avere. E’ importante che lavori per una speranza, non solo per un dovere, per una prospettiva non solo per un contenimento delle teste calde. La speranza non è un sentimento o uno sconto sulla durezza della vita, è un scelta tosta di non lasciarsi andare, di coltivare la prospettiva di cambiare vita di sognare futuro.

“L’educatore compie il suo mandato anzitutto attraverso l’autorevolezza della sua persona. Essa rende efficace l’esercizio dell’autorità; è frutto di esperienza e di competenza, ma si acquista soprattutto con la coerenza della vita e con il coinvolgimento personale. Educare è un lavoro complesso e delicato, che non può essere improvvisato o affidato solo alla buona volontà.

Il senso di responsabilità si esplica nella serietà con cui si svolge il proprio servizio. Senza regole di comportamento, fatte valere giorno per giorno anche nelle piccole cose, e senza educazione della libertà non si forma la coscienza, non ci si allena ad affrontare le prove della vita, non si irrobustisce il carattere.

Infine, l’educatore s’impegna a servire nella gratuità, ricordando che «Dio ama chi dona con gioia» (2Cor 9,7). Nessuno è padrone esclusivo di ciò che ha ricevuto, ma ne è custode e amministratore, chiamato a edificare un mondo migliore, più umano e più ospitale. Ciò vale, naturalmente, anche per i genitori, chiamati non soltanto a dare la vita, ma ad aiutare i figli a intraprendere la loro personale avventura”.

La gratuità di cui si dice nel documento non è quella di chi lavora gratis, ma lo stile con il quale si vive il rapporto educativo. Nessuno stipendio ti paga la tensione educativa, le notti che non dormi per trovare un modo di far capire a chi sbaglia una strada di correttezza, il tempo che passi a convincere uno a non suicidarsi, a perdonare le offese, a non rovinare gli amici con denunce false, a collaborare per rendere l’ambiente più vivibile…


Share Link: Share Link: Facebook
Commenti (0)
Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti!
Salesiani Foggia
 
Copyright © 2017 Salesiani Foggia. Tutti i diritti riservati.